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LE CHIESE NON SONO CONTENITORI DA RIEMPIRE

PUBBLICO & PRIVATO/Tomaso Montanari

Infinita pandemia: musei chiusi. Ma, almeno, chiese aperte. Suggestioni di rinascita, quando tutto sarà finito. Nessuno sa esattamente quante chiese ci siano in Italia. Si stimano in circa 95.000, 85.000 dei quali sarebbero beni culturali, e come tali sottoposte a tutela.
Quali indirizzi dovrebbe seguire una ‘politica delle antiche chiese italiane’ che voglia essere davvero al servizio della conoscenza, e di quel «pieno sviluppo della persona umana» che l’articolo 3 della Costituzione pone come supremo obiettivo del nostro stare insieme?
Il primo è che le chiese non sono contenitori da riempire. Difficile, forse, da accettare in un’epoca che non riesce a riconoscere una dignità di vita autonoma nemmeno al Colosseo: eppure è così, le chiese non sono ‘vuoti’, anzi sono densissimi ‘pieni’. Ma anche se a colpire negativamente fosse il vuoto del loro vano, non di rado immenso anche per la scala urbana di oggi, bisognerebbe avere la lucidità di comprendere che nella densità asfissiante e ansiogena della nostra vita quotidiana, entrare in una chiesa antica, sostarvi anche senza una precisa ragione, equivale a respirare. A poter pensare: entrando in un mondo governato da altri ritmi, altri colori, altre luci, altre prospettive. Da un altro senso del tempo. In una società che si regge sulla teorizzazione della mancanza di alternative (esistenziali, culturali, politiche) le antiche chiese sono un mondo radicalmente alternativo al nostro: un mondo che si può conoscere semplicemente varcando una soglia.

Il punto è continuare a permettere che quella soglia si possa varcare. Per questo trovo davvero lodevole, fin dal titolo, il progetto “Chiese a porte aperte”, della Consulta Regionale del Piemonte e della Valle d’Aosta per i Beni Culturali ecclesiastici e dalla Fondazione CRT, per cui ventitré piccole chiese e cappelle in territori poco battuti e valli alpine aprono automaticamente la loro porta attraverso un’applicazione del telefono, che fornisce anche (a chi non voglia guardare da sé, o semplicemente sostare in silenzio) una spiegazione storica del monumento: «Chiunque può scegliere il proprio percorso, tornare più volte in solitudine, come visita privatissima, o in gruppo. Gratuitamente». Dove è la nudità di questa semplice idea a parermi esemplare.

Certo, niente vieta (nemmeno in costanza di consacrazione) che nelle chiese si tengano concerti (ma non a pagamento) o conferenze, che divengano centri di arte contemporanea o biblioteche: insomma, attività culturali non commerciali. Ma bisogna ricordarsi che non si deve per forza dare un senso a una scatola vuota. Esattamente come si può certo fare musica, o declamare poesia, davanti alla Venere del Botticelli o davanti alla Deposizione di Raffaello: ma non può diventare una regola estraniante, che finisca per cancellare l’opera stessa.
E se proprio vogliamo trasformare una antica chiesa in museo, dobbiamo però rammentare cosa sia un museo. Prendiamo il caso fiorentino di Santa Maria Novella: una grande basilica onusta di storia e di arte, con annesso un grandissimo convento. Se quel convento ospitasse un centro di ricerca e documentazione sulla storia della chiesa, riunendovi le opere ormai erratiche e ospitando fototeche, archivi, seminari e quotidiano lavoro di una comunità di ricercatori: allora ben si potrebbe dire che se ne è fatto un museo. Ma quanti simili centri sono davvero pensabili, e sostenibili?

Più semplicemente, le antiche chiese italiane dovrebbero essere aperte, visitabili, gratuitamente e costantemente, con tutti i supporti utili alla loro comprensione, ma senza snaturarne la dimensione ‘spirituale’: l’articolo 4 della Costituzione non teme di usare questa parola, stabilendo che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Ebbene, anche le antiche chiese hanno questo dovere: e sono capaci di svolgerlo egregiamente.
È precisamente per questo che la Repubblica dovrebbe trovare i fondi di bilancio per restaurare, tenere aperte, popolare di custodi consapevoli i monumenti civili e religiosi donatici dai nostri avi: a differenza del fiume di denaro attualmente gettato in infinite mostre al servizio di privati for profit, in grandi progetti ‘strategici’ clientelari, in imprese ‘culturali’ culturalmente aberranti, quello investito nell’assicurare una nuova vita – di conoscenza e umanità – alle nostre antiche chiese è un denaro benedetto, che rende il decuplo in coesione sociale, uguaglianza, progresso spirituale della società.
Ha scritto Kant: «Tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità» (1797). Poter entrare nel Pantheon – tempio cristiano e tempio civile – anche solo per lasciare una rosa sulla tomba di Raffaello: ecco una cosa che ha una dignità, e un valore, che sarebbe imperdonabile cancellare