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Il patrimonio abbandonato all’oblio

Andrea De Marchi – lo storico dell’arte che forse più di ogni altro ha speso voce ed energia per far comprendere agli italiani le dimensioni del dramma del terremoto che ha aperto un cratere nel cuore dell’Italia centrale – ha ricordato recentemente che «lungo il corso del Potenza, poco innanzi a Pioraco, presso un’amena ansa del torrente, un boschetto cela l’oratorio del SS. Crocefisso di Ponte Cannaro, restituendo per frammenti un barlume di quella natura lussureggiante che incantò la “marchionissa” mantovana, Isabella d’Este, in una giornata di primavera del 1494, quando ospite di Giulio Cesare da Varano a Pioraco vi descrisse “uno parchetto pieno di salvatichi animali; poi, fra due altissimi monti, due laghetti separati et una pischera cum due isolette in mezzo de tanta recreacione ogni cosa che più non se poteva immaginare, et chi non li vedesse non credeva mai che fra dui asperimi monti la natura havesse insito loco tanto ameno”» (cito dal numero speciale della rivista «Predella» dedicato al terremoto).

Quanti italiani sono stati in questo luogo (ancora) incantato? La meravigliosa lettera di Isabella d’Este dice nel modo più sintetico ciò che, in tempi più vicini a noi, ha per esempio provato a dire infinite volte Federico Zeri, e cioè che la bellezza della cosiddetta Italia minore, e di quella in particolare, non si può raccontare, si può solo vedere: « chi non li vedesse, non credeva mai»! La prima cosa da fare, dunque, è far vedere questa terra agli italiani: perché sia chiaro a tutti quanti e quali valori si tratta di proteggere.

La seconda sarebbe farlo capire a chi ci governa. Prendiamo l’ultimo grande stanziamento per il patrimonio, il famoso miliardo di euro concesso dal governo Renzi il primo maggio del 2016. Ebbene, innanzitutto si trattava di un una tantum: esattamente il contrario di quel flusso continuo di fondi ordinari che serve all’ordinaria manutenzione. E poi ben 850 milioni erano destinati ai «grandi attrattori turistici», e solo i restanti 150 milioni avrebbero dovuto essere ripartiti tra i ‘piccoli’ monumenti, peraltro secondo una graduatoria di ‘voti da casa’ (in stile Sanremo) che dovevano essere inoltrati all’incredibile indirizzo mail bellezza@governo.it.
Tutto questo aiuta a capire perché non sia scattata, se non in minima parte, la macchina dei soccorsi al patrimonio: per la prima volta dall’Unità d’Italia non siamo stati capaci neanche di togliere dalle chiese pericolanti le opere d’arte mobili.

Bruno Toscano, uno studioso a cui l’Umbria e il suo patrimonio devono moltissimo, ha dichiarato, sconsolato, che si è fatto «Pochissimo, quasi niente. Sono convinto che San Salvatore a Campi si potesse salvare, perché è un edificio piccolo e non richiedeva interventi imponenti. Non è certo il duomo di Spoleto! Questo è un episodio di cosa non è stato fatto, uno dei tanti purtroppo. Episodi che, a mio parere, sono omissioni gravi da parte delle amministrazioni preposte».

Una situazione spiegata fino in fondo da queste parole di Salvatore Settis: «Ma perché la reazione all’emergenza sismica 2016 non è stata adeguata alla vastità e profondità del problema? La triste risposta è che le istituzioni preposte alla tutela (le soprintendenze) sono state terribilmente indebolite dalla ventennale carenza di risorse finanziare e umane, e poi dalla riforma Franceschini, che le sta riducendo a ombre di se stesse. Tali neo-soprintendenze “olistiche”, infatti, rimescolano irragionevolmente le carte, spostando funzionari, riducendo drasticamente il personale intento alla tutela territoriale, rendendo più difficile, mediante una girandola di traslochi, perfino la necessaria consultazione degli archivi. Si sono così messi sulla graticola i pochi (spesso eroici) funzionari rimasti, e questo in sostanziale ottemperanza alle invettive di Renzi contro i soprintendenti: “Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia, una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba. Sovrintendente de che?”».

Chi va sul campo è ancora più duro: pochi giorni fa lo stesso De Marchi mi ha scritto, sconvolto dopo aver camminato a lungo tra le rovine di Camerino, che il nostro patrimonio è stato abbandonato da «un ministero drammaticamente sprovvisto di mezzi e di persone. Al di là della facile propaganda e delle narrazioni rassicuranti sono i crolli stessi degli edifici, uno dopo l’altro, a raccontare un’altra storia». E i cittadini rimasti ad Amatrice hanno rivolto al ministro Franceschini una lettera straziante e durissima, ovviamente ignorata dai giornali che alimentano la narrazione della ricostruzione: «Ma Lei, signor Ministro, si rende conto della situazione che stiamo vivendo? Si rende conto che insieme ai monumenti di Amatrice stiamo perdendo, come Italiani, un pezzo della nostra storia, che stiamo perdendo un pezzo dell’Italia, non avendo intrapreso se non in minima parte quelle azioni che ne avrebbero salvato almeno una parte?».

Il ministro, senza dubbio, non se ne rende conto: e noi?