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The China Syndrome

ARTE & FINANZA di Alessandro Secciani
Direttore di FONDI&SICAV

La frenata della Cina è ormai un dato di fatto: il Pil è passato in cinque anni da livelli di crescita superiori al 10% all’attuale 6,5-7%, con previsioni da parte di alcuni analisti ancora più nere. Ma al di là del fatto che per un’economia enorme come quella cinese era impensabile proseguire sugli stessi livelli di sviluppo degli anni passati, è indubbio che gli elementi negativi all’interno del paese del Dragone stanno prevalendo su quelli positivi, al punto che oggi non si parla più del gigante asiatico come della locomotiva dell’economia globale. La maggior parte dei settori industriali, infatti, nell’ultimo decennio è cresciuta soprattutto grazie agli acquisti cinesi, ma da circa un anno a questa parte ciò avviene in misura molto minore e le aziende che facevano ottimi profitti con la Cina hanno spesso forti difficoltà.

La stessa cosa accadrà anche per il mercato dell’arte? Indubbiamente il colosso asiatico si è dimostrato negli anni passati tale anche in questo campo, al punto che oggi tra le dieci case d’asta più importanti del mondo circa la metà è cinese. Talora nelle sedi di Shanghai e Pechino sono state battute in asta opere a quotazioni da capogiro, spesso senza nessun rapporto con la realtà.

Questo trend potrà continuare? Sinceramente ne dubitiamo, anche per motivi che non sono solo strettamente legati al rallentamento dell’economia. Vediamo i principali.

Crollo della borsa. Lo Shanghao composite, il principale indice borsistico cinese che nel luglio del 2014 quotava 2016 punti, esattamente un anno più tardi è arrivato a sfiorare quota 5.200 con una bolla speculativa di rara intensità, che dopo i massimi è scoppiata fragorosamente: ai primi di ottobre la quotazione si aggirava intorno a 3.050. Normalmente il mercato dell’arte è abbastanza legato ai corsi borsistici e solitamente gli indici che misurano l’andamento dei diversi comparti dell’arte seguono passo passo i maggiori benchmark azionari. Anche se in Cina magari ci sarà uno sfasamento tra l’andamento del mercato dell’arte e la borsa valori, certamente un’influenza negativa ci sarà. Banalmente anche per il fatto che questo crollo ha bruciato molti miliardi di dollari e persino le nuove classi abbienti del Dragone escono con le ossa rotte finanziariamente dal crollo.

Svalutazione dello yuan. Abbastanza a sorpresa la Banca centrale cinese ha pilotato nel corso dell’estate una serie di svalutazioni dello yuan nei confronti del dollaro: si è arrivati a un deprezzamento complessivo di circa il 12%. Ciò significa banalmente che oggi un’opera d’arte esportata in Cina costa a un cittadino locale il 12% in più. Considerando che la stessa persona probabilmente ha lasciato una bella parte del proprio denaro in borsa, certamente la perdita di valore dei suoi soldi non lo aiuta a investire in arte.

Campagna anti-corruzione. Per certi versi è l’elemento più pericoloso per l’intero mercato dell’arte. Da circa un anno la nuova dirigenza cinese ha avviato una campagna anti-corruzione che viene portata avanti con grande determinazione, al punto che sono stati arrestati (inaudito!) persino esponenti di vertice del Partito comunista cinese o addirittura alcuni militari di alto grado.

Le conseguenze per tutti i consumi di lusso sono state pesanti: alcune marche di orologi ai vertici mondiali hanno perso in pochi mesi il 25% del loro fatturato in Cina, così come diverse società che operano nella moda o negli accessori e le auto delle marche più importanti. Anche gli alberghi più conosciuti hanno perduto la maggior parte della clientela e un decreto che proibisce ai funzionari dello stato di alloggiare in hotel a cinque stelle ha seminato il panico nell’industria alberghiera, al punto che molti gestori hanno chiesto il declassamento alle quattro stelle.

In un clima di questo genere l’arte, che è stata spesso vissuta come una forma di ostentazione e di testimonianza di ricchezza, si trova in una situazione non certamente favorevole.

Come conclusione si può probabilmente dire che il mercato cinese, che aveva manifestato una bolla speculativa non molto diversa dalla borsa, andrà pesantemente in crisi. Certo, dopo ogni caduta c’è la rinascita e probabilmente su basi molto più solide rispetto al passato. Non soltanto, ma complice la svalutazione dello yuan e il clima depresso, è probabile che oggi sia possibile acquistare in Cina a prezzi di saldo opere che nel tempo sono destinate a rivalutarsi. Come diceva il vecchio barone Rothschild: «Bisogna comprare quando tutti vendono e vendere quando tutti comprano».