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Nulla da togliere – da aggiungere

GIO PONTI di Alberto Serra

“Lo stilismo industriale, il “disegno per l’industria” (…) è un beneficio per le facoltà stesse della nostra mente e della nostra mano, nel dare una linea ad una produzione, perché la costringe ad una severità, ad un rigore, che mancano, ahimè, invece nella così detta “produzione artistica”. 

Nel 1925, Gio Ponti, avvicinato da Mario Labò per avere informazioni sulle ceramiche Richard Ginori, di cui era direttore artistico, esordì con le parole: “Il fenomeno Ponti…..”.
Il notevole successo commerciale tributato dal mercato internazionale alle opere di arredo ed arti decorative di Gio Ponti non fa altro che rendere giustizia al fenomeno di capacità e stile, in grado di percorrere trasversalmente l’utile e il dilettevole, sempre pronto a mettersi in gioco e a coniugare il disegno con la realizzazione pratica. Un personaggio con dei limiti, forse, ma che lavorò tutta la vita per allargarli, affidandosi alle migliori realtà produttive, mani esecutrici delle sue idee.

Pur nella complessità della sua vasta opera, sempre a cavallo tra una realtà ed un progetto, sempre alla ricerca di nuove soluzioni e di nuove possibilità di espressione, ha capito ed ha fatto capire a disegnatori, artigiani ed industrie l’importanza della qualità e di un rinnovamento formale. Catalizzatore fin dai primi anni di incontri al vertice della creatività e della qualità (si pensi agli anni del Labirinto, con Chiesa, Venini e altri), non dimentica tuttavia le produzioni artigianali o locali intervenendo di persona, presentandole nelle mostre da lui organizzate e soprattutto pubblicandole sulla rivista “Domus” da lui fondata e diretta, diventando di fatto un mediatore tra le diverse realtà. Una rivista che è un’altra delle sue grandi invenzioni, capolavoro di comunicazione, caratterizzata dai brevi dei capitoli, dall’ampiezza del respiro anche sovranazionale, dall’incisività dei registri espressivi a volte ridotti a slogan. Dove si ritrovano insieme le produzioni italiane e straniere, gli esempi di arte ed architettura, fino ai concorsi che pubblicizza e promuove e magari lui stesso vince.

In rapporto al suo lunghissimo excursus lavorativo, Gio Ponti incontra abbastanza presto il tema dell’arredamento di istituzioni ed uffici all’interno di importanti commissioni. In questi casi dimostra la straordinaria capacità di mettersi al servizio dell’utile destinato all’uso pratico, abbandonando le esercitazioni neoclassiche e la decorazione, o meglio modulandole perfettamente in funzione della destinazione. Così negli uffici della sede Montecatini la sua capacità si declinerà dai mobili metallici rigorosissimi e standardizzati a quelli più formali delle sale comuni o degli uffici dirigenziali. Negli stessi anni per gli uffici della Ferrania come per i vari allestimenti dell’Università di Padova adatta la varietà dei mobili secondo la loro destinazione e funzione.

Di poco successivi sono gli arredi presentati nella prossima asta. Destinati all’uso pratico per gli uffici degli impiegati delle sedi principali della Banca Nazionale del Lavoro, rappresentano una interessante evoluzione di questo percorso di andare “dal pesante al leggero”, applicando idee e linee già oggetto di sperimentazioni precedenti. Così, pur mantenendo dei razionalissimi sostegni in continuità con le estremità laterali dei piani, ne spezza le linee, alleggerisce i fianchi, anticipa quasi i poligoni che saranno uno dei elementi distintivi della sua produzione successiva, con delle spigolosità che iniziano ad essere visibili proprio nei primi anni ‘40 anche nel suo essere pittore ed illustratore, con evidenti influenze sironiane  e dell’amico Campigli.

Le sezioni dei sostegni si riducono verso terra e insieme ai puntali in ottone lucido contribuiscono all’alleggerimento. Le dimensioni sono studiate ed adattate alla composizione di moduli all’interno dell’ufficio. Anche le sedute seguono gli stessi dettami, con schienali leggeri ed un netto movimento finale delle gambe anteriori, derivazione dalle forme neoclassiche dei mobili dei primi anni Trenta. La costruzione perfetta e la scelta dei materiali concordano nel portare ad un brillante esempio di connubio tra tecnica e disegno senza deroghe alla funzione.
Precursori di questi mobili li possiamo trovare in alcuni arredi del Liviano a Padova e degli uffici Ferrania, ma soprattutto in una consolle disegnata per gli arredi di casa Vanzetti nel 1938. Una casa che sembra essere paradigmatica perché contiene anche il primo esempio di “parete attrezzata”, una di quelle che lui stesso chiamerà “soluzioni tipiche”, assi portanti del suo arredo nel dopoguerra.
Per la produzione si affida alla ISA (Industria Salotti e Arredi) di Bergamo, una ditta di arredamenti che arriverà ad avere nel dopoguerra circa 400 dipendenti e che lavorerà per lui fino alla metà degli anni ‘50 per altri arredi di uffici. Su suo disegno produrrà anche la bellissima poltrona “Triennale” del 1951, un vero capolavoro di struttura, linea e leggerezza.
Si tratta pertanto di uno dei primi esempi di mobile in serie (dopo quelli della Montecatini), in cui Ponti si confronta con quella realtà artigianale e proto industriale che da sempre caratterizza il nostro tessuto produttivo.

Fin dall’inizio Ponti è sostenitore di una produzione di serie ma sempre eseguita secondo fondamentali criteri. Se già nel ‘30 Ponti affermerà che: “Efficienza della produzione è la capacità di rispondere alle richieste che gli vengono dal cliente. A nulla giova un bel modello che non sia coerentemente ed egregiamente riprodotto”, nel ‘33, rivendica comunque un primato: “L’intervento dell’artista rende tipica e caratteristica una produzione; essa diventa così una produzione d’autore, crea una autenticità. Ciò suscita un valore commerciale che supera la mera concorrenza economica a sfavore di chi per lavorare deve soltanto farsi pagar meno”.

Inni sia al valore aggiunto dato dall’artista sia ad un concetto di qualità che, grazie alla spinta sua e di pochi altri, sarà una caratteristica della migliore industria italiana dell’arredamento.
Dove può, come in Montecatini, utilizza gli stessi materiali prodotti dalla ditta committente, il vetro e le leghe di alluminio e addirittura, per gli stessi componenti delle sedie, coinvolge materiali, tecnici e tecnologie della ditta stessa. Altrove si rivolge a singole o più ditte a seconda del lavoro da svolgere. Per i mobili di Padova, dove si costruiscono arredi di ogni livello, dagli uffici del rettorato alle panche e tavoli per bidello, i capitolati costruttivi sono dettagliati con estrema cura, rigide e tassative sono le prescrizioni sulle tecniche di lavorazione, la qualità dei materiali. In una lettera al Rettore, Ponti, insoddisfatto delle prime forniture, ribadisce: “(…) il mio lavoro perde, se non si interviene, quella purezza di gusto che è la giustificazione della sua estrema semplicità”. I vari arredi sono realizzati spesso in pochi esemplari, parte a mano e parte a macchina, da ditte specializzate talora in lavorazioni di lusso. Un metodo questo che ritroveremo ancora nei progetti simili, dagli uffici Vembi del 1950 agli arredi alberghieri degli anni ‘60.
Con le realizzazioni per l’arredamento degli uffici, dei grandi transatlantici, degli alberghi, Ponti entra sempre più in contatto con aziende che diventeranno a volte protagoniste del disegno industriale italiano del dopoguerra. Cassina, RIMA, o le meno conosciute al grande pubblico come Dassi o ISA, spesso alzano il livello della produzione media o migliorano e adattano le tecniche di produzione, ampliando le possibilità per uno sviluppo verso produzioni importanti, i contatti con i designer, la diffusione di un nome affidabile. Più facilmente si aprono alle collaborazioni progettuali esterne, entrano in contatto con la cultura architettonica italiana e non solo, perché anche per l’estero ed in particolare per gli Stati Uniti si produrrà, come nel caso di Cassina e della stessa ISA.

Una breve conversazione con Salvatore Licita, nipote di Gio Ponti e curatore dei suoi archivi con il cugino Paolo Rosselli, ci illumina sul suo approccio verso lo spirito che permeava la realizzazione dei suoi ideali. “Ponti interveniva a fondo nella progettazione ed esecuzione dei suoi progetti, entrando personalmente in dettagli a volte inimmaginabili, con una cura estrema anche nelle piccole cose. Ma allo stesso tempo a lui interessava promuovere uno stile in architettura e nel design, sostenere una forma insieme ad un produttore. Era prodigo di consigli e di proposte, raccomandava le ditte anche senza averne rapporti diretti. Dove non riteneva fondamentale un suo intervento, consigliava apertamente sia i produttori che i committenti o restava dietro le quinte, cedendo senza problemi anche la paternità delle idee, pur permeando l’atmosfera generale. Non voleva essere un “asso pigliatutto” (oggi diremmo un archistar…), per lui era più importante spingere in una direzione, creare una linea di sviluppo. Sarebbe oggi molto interessante approfondire questa influenza in architettura e design, sia diretta che indiretta, di promozione di una linea e del suo effetto nelle produzioni del tempo”. Nella prefazione al libro di Nino Salvatore “Rapporti arte-industria” del 1958, Gio Ponti scrive: “Lo stilismo industriale, il “disegno per l’industria” (…) è un beneficio per le facoltà stesse della nostra mente e della nostra mano, nel dare una linea ad una produzione, perché la costringe ad una severità, ad un rigore, che mancano, ahimè, invece nella così detta “produzione artistica”. Nelle migliori produzioni italiane che hanno fatto riconoscere la “linea italiana”si sono espressi d’altronde i più alti e rigorosi motivi della nostra grande arte, e cioè l’essenzialità (nulla da togliere, nulla da aggiungere), la semplicità, la forma conclusa e finita, la sobrietà, la misura, LA PUREZZA.”.

Gio-Ponti-Scrivania-Banca-Nazionale-del-Lavoro

Gio Ponti Scrivania per i dirigenti della Banca Nazionale del Lavoro di Genova del 1954