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Nelle MANI DI DIO

Osservando le iconostasi delle chiese cristiane ortodosse si può capire che la funzione principale dell’icona è proprio quella di “epifania del divino”, cioè nascondere e contemporaneamente manifestare il mistero che la anima. La teologia riteneva le icone opere di Dio stesso, realizzate attraverso le mani dell’iconografo. I volti dei santi rappresentati nelle icone sono chiamati liki, ovvero volti che si trovano fuori dal tempo, trasfigurati, ormai lontani dalle passioni terrene. Il fondo dorato proviene dalla luce celeste, dalla luce della Trasfigurazione. Poste nell’iconostasi, le icone segnano il limite di passaggio tra il mondo sensoriale e quello spirituale: sono il riflesso del secondo nel primo e il mezzo di accesso dal primo al secondo. Le icone palmari, grandi circa un palmo, erano destinate alla devozione personale, alla preghiera domestica o monastica. Venivano dipinte nei monasteri per essere offerte in dono ai pellegrini ed agli ospiti di riguardo; potevano fungere da donazioni a sacrestie di chiese e monasteri per impetrare la salvezza dell’anima, il suffragio dei defunti o il «raggiungimento dei beni eterni».