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Museo Egizio di Torino. Millenario presente

di Christian Greco

Il 2014 è stato l’anno delle sfide: in primo luogo quella di lasciare il Rijksmuseum van Oudheden a Leiden in Olanda, dove ero curatore della sezione egizia, e assumere la direzione del Museo Egizio a Torino che ospita la seconda collezione più importante al mondo seconda solo a quella de il Cairo e poi la sfida, ancora più importante, di traghettare il Museo torinese verso l’inaugurazione prevista per il primo aprile 2015, traguardo che siamo lieti di aver onorato.

Sin da subito ho scelto come linea guida per il nuovo Egizio l’assoluta centralità della ricerca scientifica, solo attraverso una seria attività scientifica la collezione che abbiamo l’onore e l’onere di custodire può vivere, ricevere nuovi spunti per essere compresa al meglio, ottenere le adeguate cure conservative. È per questo che il primo grande impegno, mio e dello staff scientifico – che ho fortemente voluto ampliare portando i curatori da due a otto e inserendo nella squadra giovani con diverse professionalità –, è stato quello di redigere un progetto scientifico che potesse sorreggere il nuovo allestimento museale. Abbiamo scelto di dare al nuovo museo un’impronta nettamente archeologica, superando il Museo romantico ottocentesco: è stata dunque dedicata grande attenzione alle relazioni fra i reperti della collezione sia attraverso la storia del loro reperimento sia attraverso la ricomposizione dei contesti archeologici di provenienza. I manufatti presenti nella collezione sono letti con una doppia chiave: sono testimonianze di specifiche epoche e luoghi dell’antica storia egizia ma nello stesso tempo sono il risultato di una pratica di esplorazione, scavo e acquisizione. La duplice natura delle collezioni torinesi, in parte antiquarie e in parte archeologiche, è raccontata dalle sale sulla storia del Museo; una novità che risponde in modo puntuale alla domanda più frequente del pubblico: “Perché un Museo Egizio a Torino?”.

L’allestimento ricostruisce quindi contesti cultuali e abitativi e corredi funerari ma anche la storia delle missioni e la loro organizzazione, il loro modo di operare. È per questo che documenti dell’epoca hanno trovato posto nel nuovo allestimento. Il percorso museale oggi si sviluppa cronologicamente e si articola in quattro piani di visita coprendo un arco temporale che va dal 4000 a.C. al 700 d.C. Tra le molte novità è da segnalare un’area tematica di grande impatto, la  Galleria dei Sarcofagi, che ospita al secondo piano alcuni fra i più bei sarcofagi del Terzo Periodo Intermedio e dell’epoca tarda (1000 – 600 a. C) molti dei quali restaurati presso il Centro di Restauro della Venaria Reale. Questo allestimento si giova dei risultati raggiunti dal Vatican Coffin Project, un sofisticato protocollo di indagine applicato per la prima volta su sarcofagi dell’antico Egitto. Al progetto, coordinato dal Reparto Antichità Egizie dei Musei Vaticani, in collaborazione con il Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il Restauro dei Musei Vaticani, partecipano il Museo Egizio, il Rijksmuseum van Oudhen, il Museo del Louvre, e il Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France.

La partecipazione al Vatican Coffin Project è un punto importante del mio personale percorso al Museo Egizio perché emblematico di un modus operandi che ho scelto di adottare, ovvero fare rete con i più importanti centri di ricerca nazionali e internazionali: ragion per cui sono stati siglati numerosi memoranda of understanding con università italiane e straniere e sono state avviate partnership come quella con il CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche – che all’interno di una più vasta collaborazione scientifica ha realizzato alcune ricostruzioni virtuali di contesti archeologici. I visitatori possono così vivere l’esperienza della scoperta grazie a video 3D che, basandosi su preziosi documenti di scavo e fotografie d’epoca, ridanno vita alla tomba di Kha, alla tomba di Nefertari e alla cappella di Maia, tutte e tre scoperte da Ernesto Schiaparelli, tra i primi direttori di questo Museo, agli inizi del ‘900.

Un Museo e centro di ricerca archeologico, come è e vuole essere l’attuale Egizio, deve imprescindibilmente essere attivo sul campo, ragione per cui ho fortemente voluto riportare il Museo a scavare in Egitto dopo un’assenza che durava da 20 anni. Si tratta di una missione italo-olandese attiva nella necropoli di Saqqara i cui primi risultati sono stati di grande soddisfazione.

Lungi dall’esaurirsi nei 10.000 mq di allestimento il mio lavoro e quello dello staff continua senza sosta in particolar modo per la realizzazione di mostre temporanee che intendiamo proporre al nostro sempre più numeroso pubblico (500.000 visitatori in poco più di cinque mesi, dall’inaugurazione a oggi).

È un Museo dunque, il nuovo Egizio, in dialogo costante con il mondo esterno: con la comunità scientifica internazionale, ponendosi come un punto di riferimento per la ricerca, e con i suoi eterogenei pubblici. A testimoniare l’attenzione verso di loro le sei lingue, numero destinato a crescere in cui sono disponibili le videoguide e i testi di sala tradotti non solo in inglese ma anche in arabo per sottolineare lo stretto legame con la terra da cui le collezioni dell’Egizio provengono e per aprirci, con convinzione, alle comunità di lingua araba presenti sul territorio nazionale e non, perché possano identificarsi in questa straordinaria collezione che proviene dalle loro terre d’origine e che è nostro compito custodire.