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Mangiare con l’arte o l’arte da mangiare?

“Con l’arte non si mangia” affermava l’ex ministro Giulio Tremonti dimostrando una visione assai miope del problema, o forse è meglio dire opportunità, visto che da una ricerca svolta da Symbola e Unioncamere lo scorso giugno, la cultura fattura il 5,4% della ricchezza prodotta equivalente a quasi 75,5 miliardi di euro e dà lavoro a quasi un milione e quattrocentomila persone, ovvero al 5,7% del totale degli occupati del paese. Tra le imprese che producono cultura in senso stretto (ovvero industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico-artistico, performing art e arti visive) a tutta la ‘filiera culturale’, ossia ai settori attivati dalla cultura come il turismo legato alle città d’arte, il valore aggiunto dal 5,4 schizza al 15,3% del totale dell’economia nazionale. Con l’arte dunque si mangia e sembra averlo capito per primo Diego Della Valle che ha investito 25.000.000 di euro per la gestione del Colosseo e Luca Cordero di Montezemolo che ha affittato per 120.000 euro il Ponte Vecchio per un evento Ferrari. Il rischio è però quello di trasformare l’arte in qualcosa da mangiare, di privatizzare anche solo per un evento quello che dovrebbe essere per sua natura pubblico, di dare un prezzo a ciò che non dovrebbe averne, dove sta il giusto limite?
Il dibattito è aperto