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Salmace ed Ermafrodito. La dolente e crudele voluttà

I due corpi uniti si fondono annullandosi in un’unica figura
di Riccardo Lattuada

Ermafrodito, figlio di Ermes e Afrodite, ha lasciato quindicenne le foreste del Monte Ida dove le ninfe lo hanno allevato, e vaga tra luoghi ignoti di una Grecia misteriosa. Giunto in Licia si imbatte in una fonte d’acqua tanto cristallina da mostrare il fondale; non vi crescono canne palustri, alghe o giunchi; le sue rive sono circondate da erbe sempre verdi. Qui vive Salmace, una ninfa già donna, presa dalla narcisistica contemplazione della sua bellezza: si pettina, si specchia nelle acque della fonte; è pervasa da un desiderio feroce ma le manca la persona su cui riversarlo. Per contro Ermafrodito vive in una sfera prepubere, in cui contano solo l’avventura e l’esplorazione di luoghi sconosciuti. Il loro incontro, tanto casuale quanto fulminante, scatena un dramma che cambierà il destino di entrambi: aggredito dalle profferte della ninfa, Ermafrodito la respinge e cerca scampo allontanandosi a nuoto nella fonte, cadendo così nell’incantesimo già predisposto da Salmace. Nonostante la strenua resistenza del ragazzo, nell’acqua la stretta della ninfa è invincibile. Salmace invoca gli Dei di non separarla mai più dalla sua preda. Narra Ovidio nelle Metamorfosi: «i due corpi uniti si fondono annullandosi in un’unica figura. Come vedi saldarsi, mentre crescono, due rami e svilupparsi insieme, se li unisci sotto la medesima corteccia, così, quando le loro membra si fusero in quel tenace abbraccio, non furono più due, ma un essere ambiguo che femmina non è o giovinetto, che ha l’aspetto di entrambi e di nessuno dei due. Quando Ermafrodito s’accorge che il corso d’acqua l’aveva reso maschio a metà e aveva infiacchito le sue membra, tendendo le mani, ma con voce che ormai più non è virile, esclama: “Padre mio, madre mia, a vostro figlio, che porta il nome di entrambi, concedete una grazia: ogni uomo che scende in questa fonte ne esca dimezzato, s’infemminisca non appena s’immerge in queste sue acque!” Commossi dalle parole del figlio Ermafrodito, i genitori esaudirono il voto versando nella fonte un filtro malefico».
Da allora chiunque si bagnasse nella fonte di Salmace avrebbe subito la stessa sorte. Il conflitto tra il desiderio ferino della ninfa e la condanna del ragazzo alla fusione fisica con lei – subita, non voluta – è una delle più sublimi invenzioni di Ovidio: il desiderio di Salmace viene esaudito, ma al prezzo di un terribile prodigio per cui i due personaggi si fondono in un ibrido di uomo e donna.
Il Seicento ha amato la storia di Ermafrodito sin dalle opere dei Carracci e della loro scuola; la famosa scultura antica della Galleria Borghese oggi al Louvre, restaurata nel 1620 da Gian Lorenzo Bernini adagiando Ermafrodito su un iper-realistico materasso, ha colpito generazioni di artisti.
Paolo de Matteis (Piano Vetrale, Cilento, 1662 – Napoli, 1728), è stato uno dei pittori italiani di maggior successo internazionale. Dall’apprendistato presso Luca Giordano fino al viaggio del 1702 a Parigi e al rientro trionfale a Napoli, de Matteis esprime una personalità complessa, in grado di passare dalle monumentali allegorie politiche barocche alle grandi pale d’altare; dai cicli di affreschi nelle chiese di Napoli a dipinti per collezionisti-filosofi esigenti come Antony Ashley Cooper, terzo Conte di Shaftesbury, per il quale esegue un famoso “Ercole al bivio”. De Matteis fu colto e ‘letterato’, e il suo ‘Salmace ed Ermafrodito’ – lussuoso dipinto da grande galleria aristocratica, eseguito verso il 1690-1700 – ne è una prova luminosa: il racconto di Ovidio è visualizzato mediante l’inversione dei ruoli di un’altra storia d’amore drammatica: Apollo e Dafne. A de Matteis il gruppo marmoreo di Bernini alla Galleria Borghese ispira l’idea di una figura che insegue ed una che tenta di sfuggirle. Solo che qui chi fugge è un ragazzo, mentre una giovane donna lo trattiene con la leggerezza di una forza sovrumana. La cultura arcadica di de Matteis conferisce al dipinto una dimensione aulica; i panneggi sontuosi delle due figure si frammentano in plastiche pieghe; le anatomie possenti, tese in uno sforzo che più che alla colluttazione fa pensare ad un abbraccio, ostentano una perfetta conoscenza di tanti dettagli della Galleria Farnese di Annibale Carracci. L’acqua della fonte, medium dell’incantesimo, è un brano di estremo virtuosismo pittorico. Nel continuo andirivieni tra Roma e Napoli de Matteis consegue un eletto classicismo, conscio della linea accademica di Carlo Maratti ma estremamente individualizzato.
Il paesaggio vespertino proietta sulle figure una luce morbida; i due ineffabili eroi rappresentano le pulsioni che segnano la storia di Salmace ed Ermafrodito, ed esprimono l’indifferenza degli Dei per i drammi causati agli uomini dai loro giochi con il capriccio del fato.
È curioso che questa favola così strana, e oggi così attuale abbia visto in un famoso brano dei Genesis (‘The Fountain of Salmacis’, 1971) una delle più fedeli trasposizioni musicali del racconto di Ovidio: più dell’ ‘Ermafrodito’ di Sylvano Bussotti (1999).