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Giovanni Gastel SUBLIMI EPIFANIE

di Luca Violo

Poesia e fotografia rappresentano le due anime della sua personalità. In cosa sono affini e come si rapportano l’un l’altra?

La poesia è stata il mio primo amore, naturale, istintivo, coltivato sin da ragazzo. La fotografia è arrivata più tardi, ma incontrandola vi ho trovato non poche analogie. Come tra cinema e romanzo così tra fotografia e poesia le relazioni non mancano, specie se rapportate ai versi concisi che caratterizzano la mia lirica, che vivono di una estrema capacità di sintesi, di una innata attitudine a raccogliere grandi informazioni in un piccolo spazio. Un sentire spontaneo, sincero, insito in me stesso. Talvolta, ho quasi l’impressione di navigare nello stesso universo definito da poetica e immagini, con navicelle leggermente diverse, ma che avverto abbastanza simili.

Quanto è stata emblematica la figura di sua madre, Ida Visconti di Modrone, nell’immaginario del suo universo femminile, nell’amore per la poesia, così come quella di suo zio Luchino e comunque di una casata dalla solida tradizione?

Tantissimo, al punto che le mie prime luci sono state le luci della memoria, che eterna mia madre nella casa di Cernobbio, soavemente seduta in poltrona di lato alla finestra, mentre i riflessi della sera entravano di taglio nella stanza conferendo alla scena una presenza fortissima.

Così mia nonna Carla (moglie del duca Giuseppe Visconti di Modrone e figlia dell’imprenditore farmaceutico Carlo Erba, ndr), sebbene l’abbia conosciuta solo attraverso le immagini e i tanti ricordi di mia madre, è stata un riferimento importante del mio immaginario.

Una tradizione di donne belle e intelligenti, che hanno molto influenzato il mio ideale femminile ed enormemente influito sulla mia formazione.

L’educazione aristocratica viscontiana è stata durissima. Noi figli, io ultimo di sette, siamo cresciuti con il principio che non si possono vantare per nascita né diritti né favori; che ogni privilegio ha un costo da restituire in opere, in adesione profonda alla vita, in fatica, ma anche in piccole cose, purché di grande attenzione.

Tuttavia professionalmente, per la mia sensibilità spiccata all’arte, non avrei mai potuto non restare affascinato dal metodo di lavoro di mio zio Luchino. Un ordine e una metodica durissimi, fatti di studi costanti, di controllo assoluto di ogni più piccolo dettaglio, ma il tutto pervaso da una grande autoironia, un aspetto del carattere che appartiene a tutti i Visconti.

In un presente approssimativo e orfano di uno stile lei coglie l’eleganza nella sua essenza, rimandandone un’immagine incorruttibile ma densa di evocazione, quasi antica nel suo equilibrio, lontana dal frenetico immaginario contemporaneo, che comunque si ritrova perfettamente rappresentato nel suo lavoro. Come spiega questo paradosso?

Il mio interessamento alla fotografia è nato dalla necessità di fuggire da una realtà di cui non capivo i meccanismi. Chiuso in uno studio, già a diciassette anni sperimentavo strade che mi permettevano di ricreare un mondo di cui io dettavo le regole. Un mondo privo di violenza, ma di eleganza ed equilibrio, una specie di piccola oasi creativa che tuttora persiste, sebbene con altri strumenti conoscitivi. Ma l’immaginazione si nutre comunque della realtà, e seppur distanti sento gli echi di quanto accade oltre il mio personale universo: è la vita vera, che si pone inesorabile davanti all’obbiettivo. Tuttavia, la ricostruzione di una realtà più simile ai miei principi resta un punto costante. La ricerca di un linguaggio alto è un aspetto immutabile da cui mai potrei fuggire, e pertanto fermamente presente nel mio lavoro, anche in presenza di argomenti molti forti, difficili, complessi, come quello di “Maschere & Spettri”, un’opera di 70 immagini raccolte in un catalogo edito da Skira, 40 delle quali già esposte a Palazzo della Ragione di Milano nel 2009, in dimensioni davvero inusuali (208 x 125 cm), che nell’oscurità della stanza conferivano un’impressione ancora più drammatica, quasi di magica spettralità. Sono felice che molto presto, dal 24 maggio prossimo, la mostra si trasferirà a New York per essere allestita da Bosi Contemporary Gallery.

Ma tornando al tema della violenza, trovo che venga spesso data, senza ragione alcuna, un’interpretazione che oserei definire nientemeno che trash, una spazzatura che non ha niente a che vedere con la lucida rappresentazione del dolore. Riflettiamo ad esempio su noi cristiani, sì figli di una lunghissima tradizione fatta di crocifissioni – il massimo della ferocia umana – ma illustrate in modo altissimo e mai volgare nel suo estremo orrore. Paradossalmente è quello io che cerco di fare.

La prova massima di un creativo, comunque di un artista, è dunque quella di riuscire a dare una visione personale dell’universo, senza esagerazioni. Un punto di vista soggettivo che cala su tutta la realtà.
Mi sono lungamente occupato del lato luminoso, bello, commerciale della vita, se vogliamo anche con un pizzico di spensieratezza giovanile. Ora, a cinquant’anni, ho realizzato che se davvero posseggo uno stile, questo stesso stile mi avrebbe permesso di esplorare altri fattori più fondamentali della società attuale, per darne una valutazione intima, coerente con il mio gusto.
Cercavo quindi un tema universale. Volevo parlare di qualcosa di presente e vivo nella vita di noi tutti. Il dolore è assolutamente trasversale all’umanità e possiede una sua bellezza, una sua armonia nella disarmonia. Un aspetto che ho trovato particolarmente interessante, un sentimento nobile e purissimo, che spesso è abbassato a grigia volgarità.

“Maschere e Spettri” è stata per me un’esperienza molto importante, che mi ha dato la coscienza di conoscere quanta forza e audacia siano in me per trattare, senza incertezza alcuna, ogni genere di argomento. Oltre ciò, è stata anche un’interessante occasione per sperimentare l’elettronica applicata alla fotografia, che avverto come la sua naturale evoluzione. Un momento esaltante della mia ricerca.

Passato del tempo e guardando con occhio più distaccato a quelle immagini, trovo ancora che siano durissime, ma a loro modo belle, garbate, affettuose. Sono ritratti in cui ritrovo tutto me stesso.
Il dolore è un tema comunque ricorrente nella mia vita creativa, nella fotografia come nella poesia, di cui ho altresì scritto: “Sullo schermo convesso sfila/puro e tagliente come un lutto/il dolore del mondo” (Giovanni Gastel, Non è tempo di capire, in “50 poesie”, Skira, Milano 2009, ndr).

È una fondamentale e ineludibile lettura di cui dobbiamo prendere coscienza: come la morte anche il dolore è una costante della nostra vita. È questa la chiave di “Maschere e Spettri”, che ha spaesato e scosso quanti in me erano soliti conoscere la bellezza come mio esclusivo linguaggio. Ma personalmente ero stufo di esprimermi unicamente attraverso l’eleganza, il fascino, l’armonia. In noi albergano la totalità dei sentimenti, nobili e meno nobili, dicibili e indicibili, e volevo urlarli, renderli manifesti.

Prendere atto di questa verità nascosta, ma vigile nel profondo della mia persona, non è stato facile, anche se le immagini e il lavoro compiuto non lo evidenziano. Ho impiegato moltissimi anni per liberare la mia creatività oramai condizionata dalla committenza, dal mercato. Fatto il passo, presa totale coscienza, trovare poi un tema è stato egualmente faticoso e spossante, ma altresì assai affascinante. Era per me arrivato finalmente il tempo di ricordare a tutti, compreso me stesso, che della nostra vita fanno parte anche morte e dolore.