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Gian Paolo Barbieri. Il teatro dell’artificio.

Quali emozioni le evoca la fotografia?
La fotografia è un momento magico. È la memoria del passato. È un ripescaggio culturale incredibile, difficile da specificare perché immediato, visivo. Se anche guardiamo alla preistoria e ai disegni rupestri vediamo che l’uomo ha trovato nell’immagine la sua prima forma di racconto. Quando sfogliamo i nostri album di famiglia ritroviamo catturati tutti i nostri ricordi: momenti passati che ritornano con la stessa intensità; usi e costumi oggi diversi continuano a vivere in quelle immagini. Senza la fotografia non ci sarebbe la magia di ritrovare il passato e la storia. Se penso a lavori come quello di George Rodger sulla tribù africana dei Nuba, della fine degli anni Quaranta, e guardo quelle fotografie, quelle immagini, capisco che oggi restano la sola testimonianza di una tradizione bellissima che si è estinta con l’affermarsi dell’Islam. In Silent Portraits, del 1984, ho fotografato il popolo delle Seychelles prima dell’avvento del turismo di massa: quel loro modo di abbigliarsi, le loro acconciature, la gestualità di quelle persone è finita, non esiste più.

La bellezza e la forma quanto rappresentano l’anima della sua ricerca?
La bellezza è un linguaggio, una forma di cultura. Chi ha cultura capta la bellezza e chi è còlto è bello. È un pensiero che arriva sino a noi dai filosofi greci: là dove nasce la bellezza nasce la ragione. Le arti visive in genere sono state determinanti per la mia crescita, e per riproporre in chiave moderna temi sempre classici. Gauguin mi ha ispirato con la sua ricerca esotica. Gli scrittori di viaggio e di avventura, quelli di storia e i classici della letteratura, tutti mi hanno dato un grande supporto per le mie creazioni. Avedon e Mapplethorpe sono stati i grandi mentori della mia ricerca. Quando negli anni Sessanta ho iniziato il mio lavoro di fotografo di moda, nessuno ancora aveva mai pensato di creare intorno alla modella un paesaggio e un contesto narrativo, quasi cinematografo.

A proposito di cinema, quali sono i film che più l’hanno appassionata? Tanta della mia cultura visiva viene dal cinema neorealista e nello specifico Pasolini, Visconti e Rossellini, che mi ha aiutato a capire come con pochi mezzi si possano creare capolavori. Il cinema americano degli anni ‘40, più ricco di possibilità, mi ha insegnato a comprendere l’importanza delle luci, della posizione della camera e degli obiettivi usati. Mi appassiona tutta la filmografia di Orson Welles e Citizen Kane in particolare, per l’utilizzo del bianco e nero e del grandangolo, ma anche Un sogno lungo un giorno di Francis Ford Coppola per i diversi modi in cui ha impiegato il colore e le luci a neon, e Blade Runner di Ridley Scott, un capolavoro dove tutti hanno attinto: dal taglio delle scene ai primi piani, dalla luce fredda degli interni alla luce calda degli sfondi, sino all’uso della gelatina e del colore.

E fra i fotografi di scena?
Vittorio Storaro e Giuseppe Rotunno sono quelli che al cinema hanno restituito di più del mestiere di fotografo. Fra gli stranieri apprezzo molto il lavoro fatto da Jack Cardiff, grande direttore della fotografia inglese, considerato uno dei più grandi di sempre, che ha dato molto al cinema americano. Di lui ricordo Pandora, film modesto diretto da Albert Lewin, ma bellissimo dal punto di vista della fotografia, con immagini particolarmente suggestive, come la sequenza del ballo sulla spiaggia.

Cosa ha significato per la fotografia l’avvento del digitale?
Il digitale ha cambiato moltissimo la fotografia, soprattutto di moda. È una tecnica che da sola non fa un fotografo e che ha generato e continua a generare molti fraintendimenti. Ha aperto innumerevoli strade nell’ambito visivo che permettono nuove opportunità, ma senza un retroterra culturale e la creatività resta un mero strumento. L’immaginazione ti permette di osservare cose che altri non vedono. La tecnica digitale ha imposto un mutamento dell’immagine che si costruisce in maniera più statica o più dinamica in base alla sensibilità del fotografo e dello stilista. Un tempo la fotografia di moda era come un quadro, una composizione, e fotografare era una specie di seduzione. Quello che oggi ti consente il digitale è di riscrivere totalmente l’immagine, di correggere gli errori lavorando su luce e colore; al massimo, si poteva intervenire col ritocco, la posa si preparava con gli schizzi, ma tutto aveva una precisa armonia. Il risultato non era mai casuale ma pensato. È come se avessimo privato questo mestiere della sua parte magica.

Quali sono i temi più sensibili al bianco e nero e quali al colore?
Credo sia abbastanza soggettivo. Per quanto mi riguarda, trovo più facile fotografare in bianco e nero, perché mi permette una maggiore libertà. Il colore è molto più difficile, necessita di più attenzioni: tra il soggetto in primo piano e il background deve scorrere lo stesso sangue.

Qual è il limite fra il fotografo e l’artista?
Non esiste un limite. Ritengo che un buon fotografo debba essere creativo e inventivo, quindi un artista capace di captare le cose e restituirle in forma d’immagini. È nel suo DNA ricostruire la realtà. È una continua associazione fra quello che conosci, che hai visto e quello che devi rappresentare. Ma per questo mestiere occorre cultura. Occorre studiare, guardare, imparare, specie dalla storia dell’arte, perché lì c’è tutto: ci sono le espressioni, gli atteggiamenti, lo studio del corpo umano, i tagli di luce, le prospettive. Arti visive, fotografia, cinema si contaminano, e in certi casi quasi si confondono.

Cos’è l’eleganza?
L’eleganza è discrezione, mentre oggi tutto tende a un’ostentazione estrema. Anche il pubblico di riferimento è cambiato. Le regole della moda non sono più rigide come quelle di una volta. Le donne amano mischiare in alto e in basso passando dai mercatini alla boutique con disinvoltura; i tagli, le lunghezze, i colori sono delle indicazioni non più dei dettami. L’haute couture non tramonterà mai e i grandi nomi della moda resisteranno.

Progetti futuri per un’eterna curiosità?
In questo momento sto lavorando sui personaggi della drammaturgia di Shakespeare, con fotografie che saranno raccolte in un prossimo volume. Nel 2017, la mia mostra partita da Mosca, sarà presentata a Kaliningrad e San Pietroburgo. Ma il progetto che in questo momento più mi appassiona è la creazione di una Fondazione, che permetterà di rendere pubblico tutto il mio patrimonio artistico. Da un paio di anni collaboro con la Galleria 29Arts in Progress di Eugenio Calini, che mi rappresenta (www.29artsinprogress.com).