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Cina. Immortale modernità

Una immortale modernità: è questo che rende l’arte cinese così affascinante e trasversale nel gusto collezionistico contemporaneo. Conoscendo l’essenza di una cultura dove segno e colore sono parte di un tutto, che aspira ad un’eterno equilibrio, è certo più facile comprendere l’ascetica essenzialità di Burri, Rothko e Klein. Tutto questo lo ritroviamo in un sofisticato vaso appartenuto ad un maggiore del Regio Esercito Italiano che visse e combattè in Cina fino al 1903: è marcato e del periodo Qianlong (1736-1795), quarto della dinastia Qing (1644-1911). Qianlong, è noto, fu un Imperatore molto amato, poeta prolifico e un collezionista di porcellana, sostenitore e promotore dell’arte in tutte le sue declinazioni, fautore dei contatti con artisti occidentali e degli scambi culturali.
La più significativa delle sue commesse fu certo il catalogo di tutte le più importanti opere della cultura cinese, il Siku Quanshu. Prodotta in 36.000 volumi, conteneva circa 3.450 opere complete, realizzate da quasi 15.000 copisti: per completare l’opera intera furono necessari circa vent’anni.
La forma “fanghu” del vaso illustrato è di ispirazione arcaica mentre la tecnica dello smalto “flambe” trae le sue origini nel periodo della dinastia Song (960-1279) e venne poi perfezionata nel corso dei secoli. Rispetto allo stereotipo della “chinoiserie” esotica, capricciosa e immaginaria del Settecento, quest’opera si mostra pura ed essenziale nella forma e nel colore, realizzata con una tecnica magistrale che nulla concede al superfluo.