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aperti ad una nazione della cultura

di Tomaso Montanari

L’inizio dei festeggiamenti per i settant’anni della Costituzione coincidono con l’incapacità del Parlamento di approvare una seppur timida legge per riconoscere ai compagni di scuola dei nostri figli che non hanno genitori italiani la nostra stessa cittadinanza.
Nell’articolo 9 della Costituzione (secondo comma: la Repubblica «tutela il patrimonio storico e artistico della nazione») la Repubblica – nel momento in cui nasce, e prima di proiettarsi nel futuro – prende su di sé la storia della Nazione, e si impegna a proteggerla. Un concetto che appariva ancora più esplicito nel testo approvato dall’Assemblea il 30 aprile 1947: «Il patrimonio artistico e storico della Nazione è sotto la tutela della Repubblica». È una dichiarazione di consapevolezza storica e culturale, ed anche un vero e proprio riconoscimento.
Nell’articolo 9 si riconosce che non è la Repubblica a creare la Nazione italiana: anzi, la Repubblica proclama esplicitamente e solennemente l’anteriorità dell’esistenza della Nazione italiana, iscrivendo nella Carta fondamentale la vicenda nazionale preunitaria e dichiarando di voler essere tutrice di questa storia altissima e indifesa – proprio quello che già Raffaello si aspettava dai papi, tutori naturali del patrimonio classico che avevano ereditato. È del più alto interesse il fatto che questo riconoscimento costituzionale della nazione avvenga in relazione alla cultura, alla ricerca, al paesaggio e al patrimonio artistico: e non, per esempio, in relazione al sangue o alla stirpe, o in relazione alla fede religiosa (le radici cristiane che saranno molto più tardi invocate in un dibattito su una costituzione europea). La Repubblica, cioè, prende atto del ruolo fondativo che la tradizione culturale e il suo sistematico nesso col territorio hanno avuto nella definizione stessa della nazione italiana, agli occhi dei propri membri e agli occhi degli stranieri. In poche parole: l’articolo 9 della Costituzione proclama che la nazione italiana si è costituita per via di cultura.
È, questa centralità della cultura, un argomento carico di futuro, gravido di implicazioni attualissime. Si pensi proprio allo ius soli, cioè ad una prospettiva in cui la cittadinanza italiana non sia legata al sangue, cioè all’appartenenza familiare, ma invece ad un progressivo legame culturale con il territorio. Il fatto che in Italia l’idea stessa di nazione sia indissolubile dal territorio come costruzione culturale rende questa via del tutto naturale, anzi ovvia: non siamo mai stati una nazione etnica, ‘per via di sangue’, non c’è nazione più felicemente ‘impura’ di quella italiana, frutto dei più vari e numerosi meticciati. È un’altra, la nostra storia.
Negli stessi versi dell’XI canto del Purgatorio in cui Dante mette in chiaro che Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti e poi soprattutto lui stesso hanno la gloria di aver fondato il volgare italiano, vengono esaltati Cimabue e Giotto, padri dell’altra lingua degli italiani: quella dell’arte figurativa, e dei monumenti. E la Lettera di Raffaello e Baldassarre Castiglione a Leone X definisce l’Urbe quale «madre della gloria e della fama italiane». L’uso dell’aggettivo «italiane» appare di straordinaria importanza: in un momento in cui l’idea stessa di nazione era ancora solo un vago progetto, era però già evidente il ruolo decisivo che in esso avrebbe avuto il suolo, e ciò che su quel suolo avevamo saputo costruire. Come tre secoli prima aveva capito Cimabue rappresentando (sulla volta della Basilica Superiore di Assisi) l’«Ytalia» attraverso i monumenti di Roma, è proprio la lingua monumentale dell’arte quella che, lungo i secoli, ha reso noi tutti «italiani» per purissimo ius soli.
È un filo, questo, che si può seguire fino al Novecento. Per esempio, fino alla straordinaria serie di ‘gite’ domenicali intraprese da Piero Calamandrei e dai suoi illustri amici per cercare nel paesaggio e nei monumenti «il vero volto della patria». Scrive Calamandrei: «Era questo amore, che nelle nostre passeggiate ci guidava e ci commoveva; e lo sdegno contro la bestiale insolenza di chi era venuto a contaminare colla sua presenza l’oggetto di questo amore, e a preparar la catastrofe (che tutti sentivamo vicina) di questa patria, così degna di essere amata». Mentre il fascismo pervertiva il concetto stesso di nazione, si sentiva che era dal territorio – cioè dal suolo, dalla sua natura e dalla sua storia – che potevano rinascere un’idea di nazione e di patria. Non era un’idea astratta. Chiunque abbia oggi un figlio che frequenti una scuola pubblica vede con i propri occhi come bambini di ogni provenienza divengano giorno per giorno italiani: facendo propria la lingua delle parole, ma anche e forse soprattutto prendendo parte a quell’antico rapporto biunivoco per cui noi apparteniamo al territorio patrio, che a sua volta ci appartiene. Siamo tutti, da sempre, diventati italiani per via di suolo e cultura. Siamo sempre stati una nazione ‘aperta’: è questa la nostra forza.