19 novembre 2013

Totale aggiudicazioni € 801.908
Percentuale di venduto per lotti 75,7 %
Percentuale di venduto per valore 95,3 %

CONTATTI
Guido Wannenes
Chiara Guiducci
Tel. +39 010 2530097
Fax +39 010 2517767

IMPORTANTI MAIOLICHE RINASCIMENTALI DA UNA COLLEZIONE PRIVATA

I lotti illustrati in questo catalogo costituiscono una sorta di affascinante thesaurus della miglior produzione ceramica italiana in uno dei suoi momenti più straordinari, gli anni del pieno Cinquecento. Sfogliando queste pagine si vedranno così scorrere i luoghi ed i nomi di molti degli artefici che hanno fatto grande la maiolica italiana di quel secolo, ordinati in un percorso che, partendo dalle produzioni meridionali e marchigiane, guarda fino ai maggiori centri di produzione cinquecenteschi, come urbino con le sue antiche fabulae o le vaghezze e gentilezze di Faenza, o ancora a Venezia con il suo amore del colore, Montelupo e Deruta.
Si comincia con l’Italia Meridionale, dove la maiolica napoletana grandeggia nel periodo aragonese sia con vasellami di committenza aristocratica (alla quale ci rimanda l’albarello cinquecentesco con il bel ritratto di dama) sia con prestigiosi complessi pavimentali di gusto gotico floreale, mentre la Sicilia coltiva il genere tradizionale pur non scevro dalle influenze del repertorio rinascimentale continentale.
Più a Settentrione le Marche con Urbino, Pesaro e Casteldurante, detengono la leadership in campo nazionale, specie per la maiolica istoriata: nata sulla spinta del raffaellismo diffusosi attraverso la mediazione delle stampe, essa si manifesta con opere di grande impatto per potenza evocativa e seducente intreccio figurativo. A Urbino primeggiano le botteghe dei Fontana e dei Patanazzi, che spesso amano associare l’istoriato alla fastosa decorazione “a raffaellesche”(come nell’anfora dei Patanazzi, di ben 68 cm di altezza, databile al 1580 circa, lotto 524). Ma ad Urbino, l’istoriato recita anche da solista: si guardi qui al piatto con un giuoco di putti, connesso ad una legenda tracciata sul retro che evoca il mitico Re Mida, opera della prima maniera di Francesco Xanto Avelli, databile intorno al 1526-28 (lotto n. 520); ma anche a quello con Giuseppe e la moglie di Putifarre ascrivibile cronologicamente al 1535 (lotto 518), o al lotto successivo, uscito dalla bottega di Fontana pochi anni dopo e decorato con una rappresentazione del mito di Argo e Mercurio. Notissimi agli studi, poi, sia il servito araldico realizzato per i Salviati post 1555 e qui rappresentato da un bel piatto da coltello (lotto 521), sia l’insieme realizzato nelle fornaci di Antonio Patanazzi intorno al 1580-1581 e decorato con le armi Candia, del quale qui si presenta un grande vaso biansato (lotto 523). Tra gli esempi pesaresi si vuole ricordare la placca con la scena della Creazione uscita dalla bottega dei Lanfranco dalle Gabicce intorno al 1540-45 (lotto 516), e ancora l’anfora già parte al corredo da farmacia allo stemma Hondedei, databile agli anni tra il 1550 e il 1605 (qui lotto 517); mentre di Montelupo, che tra Quattro e Cinquecento offre copiose e tarde emanazioni delle canoniche famiglie quattrocentesche (“cartoccio”, “palmetta persiana”, “occhio di penna di pavone”, ecc.) e si specializza in monumentali corredi farmaceutici, il catalogo illustra, tra le altre cose, una scenografica coppa cinquecentesca alle armi Salvetti (lotto 530).
Deruta nella prima metà del Cinquecento vede l’affermarsi di forti personalità e si impone per la produzione di grandi piatti da pompa, dipinti soprattutto a lustro: tecnica che, come si sa originaria delle aree medio-orientali, fu poi imitata sull’osservazione dei prodotti lustrati delle officine valenzane, raggiungendo in Italia esiti insuperabili. I lotti derutesi, come il bel piatto da parata decorato con la figura di putto su delfino, uscito dalla bottega di Nicola Francioli (“Il maestro Co”) nella prima metà del XVI secolo (lotto 535), sono un segno proprio degli influssi e delle relazioni che si instaurarono tra la Spagna e l’Italia con il lustro metallico di stampo ispano moresco (lotto 600). Nell’Italia settentrionale, Faenza si impone già agli inizi del Cinquecento, quando fa concorrenza al polo marchigiano con le sue …vaghezze e gentilezze… (…o vogliam dir grotesca…….., secondo il Piccolpasso), dipinte su smalto azzurro berettino, con festoni robbiani, rabesche e groppi. Nelle stesse ….vaghezze e gentilezze…. rientravano anche i “trofei” e i “quartieri” policromi, coi quali si rivestono monumentali forniture a destinazione farmaceutica, che potevano corredare spezierie sparse un po’ ovunque, comprese le più rinomate aromaterie siciliane. un bell’esempio di istoriato di impronta faentina è la grande brocca trilobata decorata con la scena di Leda e il Cigno, di una data individuabile al 1545 circa (lotto 546).
La specializzazione e il commercio dei corredi farmaceutici faentini nella seconda metà del ‘500 dovranno cedere il ruolo preminente alle officine veneziane, specie a quella fecondissima di Domenico da Venezia, che sforna opere di sicuro impatto decorativo, tutto giocato su vistosi “fogliami e frutti” policromi di succosa materia vitrea, che lasciano campo a medaglioni con affascinanti volti di uomini e donne stagliati su luminosi sfondi giallo-oro, gli stessi che animano le tele e gli affreschi della coeva pittura veneziana: come i grandi albarelli decorati a medaglioni e databili al terzo quarto del XVI secolo, opere caratteristiche della bottega di Domenico (lotti 596 e 597).

19 novembre 2013

Totale aggiudicazioni € 801.908
Percentuale di venduto per lotti 75,7 %
Percentuale di venduto per valore 95,3 %

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