Grazia Biscontini Ugolini è stata non solo una studiosa importante (ed una guida ed esempio per non pochi ricercatori più giovani) ma anche donna di grandi doti personali: una grande signora, che ha saputo unire un impeccabile “uso di mondo” ad una rara grazia e ad una semplicità capace di accattivarsi, oltre che la stima, l’affetto di tutti coloro che l’hanno conosciuta.
Il catalogo della prossima vendita dedicata alla sua collezione di ceramiche non a caso contiene gli interventi di due tra le più note studiose della nostra generazione, Carmen Ravanelli Guidotti e Raffaella Ausenda, entrambe legate a lei per stima ed amicizia.
Una raccolta che non è solo lo specchio delle passioni di chi la ha riunita, ma anche di quella attitudine al collezionismo tanto tipica della sua famiglia di origine, gli Ugolini.
Frutto di acquisti degli ultimi 50 anni, questo insieme comprende infatti anche ceramiche acquistate da altri membri della famiglia (molte altre, è noto, sono state destinate dagli Ugolini al pubblico godimento), e può essere ordinato in tre filoni principali: la maiolica rinascimentale, le produzioni compendiarie, ed infine le maioliche, per lo più pesaresi, tra XVIII e XX secolo. Quest’ultimo nucleo è il più numeroso e fornisce un quadro pressoché completo di quell’ampio arco temporale, caratterizzati da un grande equilibrio formale e mai privi di interesse di studio: perché non andrà dimenticato come per la conoscenza di quelle produzioni (pesaresi) gli studi di Grazia Biscontini Ugolini restino in gran parte, a distanza di anni, validi ed affidabili, in molti casi insostituibili.

Più ridotte numericamente le maioliche rinascimentali e quelle compendiarie: ma tutte di gran qualità. Basterà citare il piatto istoriato, e “a lustro”, uscito dalla bottega di Mastro Giorgio Andreoli nel 1531: e che andrà ora più precisamente attribuito alla mano del cosiddetto “Pittore del bacile di Apollo”. Decorato con “Dante e Virgilio guardano il conte Ugolino e l’Arcivescovo Ruggieri” e datato al verso, proviene dalle collezioni della famiglia Ugolini. La composizione si rifà ad incisioni di Agostino de Musi, detto Agostino Veneziano, e di Marcantonio Raimondi, da Raffaello, e brilla per il suo grande equilibrio formale, con la coppia a sinistra che si stacca dal fondo cupo dell’imponente massa architettonica della ghiaccia, mentre l’altra coppia a destra alle spalle ha un pilastro con arco in rovina e un paesaggio aperto sullo sfondo. Questa maiolica, che reca la scritta “1531/ Mo Go/ da (u)gubio”, ha goduto nel tempo di una notevole attenzione in ambito specialistico. Per la sua alta qualità e per il raro tema dantesco, è stata infatti più volte oggetto di studio agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, specie da parte di Giancarlo Polidori, subito dopo l’acquisto da parte di Giorgio Ugolini, nel 1950, dall’antiquario Riccardi di Firenze, che a sua volta l’aveva acquisita due anni prima dal Monte dei Paschi di Siena. Ma l’intervento più interessante su questo piatto spetta finora a John Mallet, che la include in un suo ampio studio dedicato ad uno dei migliori pittori su maiolica attivi ad Urbino nei primi anni’30 del ‘500, un artista gravitante sulle due massime personalità di istoriatori del tempo, Nicola e Xanto. Lo studioso individua ventotto opere “istoriate”, associabili per le medesime caratteristiche stilistiche ad un ignoto pittore cui dà il nome di “Pittore del bacile di Apollo”, dal soggetto di un bacile dei Musei Civici di Pesaro, datato “1532”, e che Mallet considera autore certo anche del nostro piatto.

Di grande interesse anche il nucleo delle maioliche ”compendiarie” diverse delle quali stemmate: e qui andrà ricordato l’aiuto fornito, in occasione della stesura di questo catalogo, da uno dei migliori specialisti del settore, Gabriele Reina. Tra questi lotti appaiono molto interessanti una coppa traforata ed un piatto, entrambi secenteschi ed entrambi decorati da un medesimo stemma, aspetto che avvalora l’ipotesi che si tratti di vasellame appartenuto ad un unico servizio o “credenza”. L’arma araldica riconduce agli Spada, famiglia protagonista di copiose e fastose commissioni di vasellame, soprattutto “bianchi” di Faenza. Originari di Brisighella (ma provenienti in data ancora più antica da Gubbio), ad una decina di chilometri da Faenza, gli Spada acquistarono mezzi, potenza e nobiltà alla Corte romana, ed ebbero beni e palazzi non solo nel faentino, ma anche a Bologna e a Roma. I corredi di maioliche per la mensa degli Spada dovettero essere cospicui e continuamente rinnovati nel tempo, e di tutte le tipologie, con fogge che manifestano l’adesione alla cultura che si sviluppa nelle arti applicate tra Manierismo al Barocco. Lo stemma prelatizio conferma la cronologia proposta ai primi decenni del ‘600 per le nostre due opere: esso infatti potrebbe riferirsi sia a uno dei più cardinali usciti dalla famiglia in questi decenni che a Filippo Spada, patrizio spoletano, vescovo pesarese e tesoriere papale intorno al 1636.

Infine il nucleo delle maioliche e delle terraglie tra Sette e Novecento, centrato come si è detto sulle produzioni pesaresi: bella la scelta di zuppiere ed altro vasellame decorato a “piccolo fuoco”, dove si impongono, per piacevolezza e maestria pittorica, gli esemplari decorati con la celebre “rosa”, in particolare quelli usciti dalle fornaci di Casali e Callegari. Ma davvero emblematiche sono anche le cose otto-novecentesche, che costituiscono una affascinante selezione del citazionismo colto tipico di Pesaro: basterà qui citare Molaroni e Melandri, del quale ricorderemo un Orfeo a lustro dorato databile probabilmente al 1936, dove l’idea raffaellesca appare come trasfigurata e soffusa di una grazia sognante.