Guido Bertero, uno dei più raffinati collezionisti di fotografia in Italia, in un recente incontro al pubblico organizzato da Banca Sistema ha raccontato la sua esperienza di appassionato di fotografia.

Le sue parole: “Quando compro una fotografia compio lo stesso atto di quando compro un’altra opera d’arte. La scelta è dettata dal proprio gusto e dalla ricerca, fatta di studi ed approfondimenti. Spesso avendo la possibilità di conoscere l’autore ne riconosco l’originalità e, se non possibile, ne valuto la sua storia, la sua origine e le appartenenze successive. Collezionando in particolare stampe vintage questi fattori sono determinanti per la valutazione e quotazione dell’opera. In Italia manca un’educazione sulla Fotografia e spesso manca una coscienza nei fotografi. Evidente è la questione della tiratura che non pretendo sia standardizzata ma che almeno rispetti dei criteri precisi, che si tramutano in differenze economiche rilevanti. Ne sono esempio fotografie diventate icone che, a seconda della dimensione o del supporto, hanno costi notevolmente differenti. Alla fine è lo scatto che rappresenta l’opera e non la sua materializzazione”.

La questione come vedete è estremamente delicata. Se da un lato la fotografia può rappresentare una via privilegiata per il giovane collezionista (in virtù del prezzo medio più basso rispetto all’arte moderna e contemporanea), essa rappresenta terreno insidioso e foriero di imprevisti.

Un esempio?

La celebre Ragazza Afghana del reporter americano Steve McCurry (fotografia scattata nel 1984, e successivamente pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic Magazine del numero di giugno 1985. L’immagine divenne una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta) è passata alle aste per oltre 500.000 dollari, ma alcune versioni di dimensioni ridotte si possono trovare sul mercato secondario a meno di 10.000 euro.

Questo a causa delle tirature deregolamentate, di un mercato poco limpido e di una diffusione a macchia d’olio delle manifestazioni fieristiche.

Come per il moderno, gli anticorpi migliori sono la conoscenza, la passione, lo studio.

Un giovane gallerista milanese dal nobile passato artistico familiare, Sirio Ortolani, ha attualmente in esposizione una mostra dedicata alla fotografia concettuale degli anni ’70. La Galleria in Via Lamarmora 24 si chiama OSART, e vi consigliamo di fare un salto.

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Artribune scrive: “Un’idea minimalista della fotografia concettuale riguarda la volontà di creare opere che mettano in discussione l’immagine raccolta, non tanto dal punto di vista verista, quanto nella capacità stessa di rappresentazione. Kenneth Josephson riflette sull’atto del fare fotografico: ecco allora il ritratto al bimbo che, nella stessa posizione di un precedente scatto, si nasconde il viso con la foto capovolta di se stesso. Giorgio Ciam, studiando le tecniche teatrali e performative, si dedica a una ricerca antropologica: attraverso i ritratti, sonda la personalità, accettando anche movimenti e distorsioni all’interno dell’immagine.Gordon Matta-Clark, dopo aver iniziato a usare la fotografia come documentazione per le sue perforazioni di edifici, si è accorto della potenza surreale delle proprie immagini, che da allora sono diventate parte integrante della sua produzione artistica. Claudio Parmiggiani nel lavoro sullo Yin e Yang raffronta i ritratti dei Montefeltro, ai quali ha esattamente invertito i profili del naso.Vito Acconci usa carte su cui sono incollate fotografie e testi per riprodurre uno storyboard dei suoi progetti, dove però l’equilibrio stesso della narrazione è un’opera a se stante.Franco Vaccari ha interpretato la fotografia come luogo di comunione tra l’artista e lo spettatore, esemplificato dal progettoEsposizione in tempo reale durante il quale al pubblico veniva chiesto di lasciare un segno del proprio passaggio nelle cabine Photomatic. Ketty la Rocca ha sviluppato una tecnica particolare di verifica dell’immagine, nella quale, a partire da una fotografia, essa viene ridisegnata sulla carta diverse volte, semplificandone i segni fino a individuarne la sintesi.
Il rapporto di Vincenzo Agnetti con l’immagine è sempre sul filo della relazione tra ciò che si legge e ciò che si vede. Nel Progetto Panteistico, nonostante il reiterarsi sempre identico della parola, l’immagine dimostra una variazione a prescindere dalle aspettative.”

In particolare, per quanto riguarda la vicenda Agnetti che già abbiamo trattato nelle colonne di questo blog, la galleria OSART è una delle strutture più qualificate per una consulenza attendibile.

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Come sempre, vi ricordiamo che i nostri consulenti di Arte Moderna e Contemporanea sono operativi e a disposizione per una consulenza gratuita, sia per chi è interessato a vendere che per acquistare, anche fotografia d’autore.

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